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Due realtà a confronto
Come ogni sera, tornando da Roma, percorro la via Casilina e dopo
essermi lasciato alle spalle la diruta casa doganale di Colle noci, le
ultime curve dischiudono al mio sguardo la sagoma imponente e saggia del
colle arcano. E’ mia abitudine, una volta raggiunto l’incrocio del
cimitero, proseguire per poi salire su fino alla piazza: quasi a volermi
assicurare che tutto fosse lì come avevo lasciato il giorno prima.
In piazza i leoni dal volto scuro mi osservano mentre procedo, come da
oltre cento anni osservano attentamente l’evoluzione di questa comunità.
Resta loro solo un filo di fiato, simile a parole definitive che da lì a
poco, scandite in lettere, potranno solo essere testimoni della fine di
un senso di esistere, per poi morire in cerchi concentrici in un eco che
squarcia il silenzio del vuoto tutto intorno.
La piazza. Ormai solo un luogo di transito, abbandonato e poco invitante
per intrattenimenti più o meno prolungati. Avrebbe voluto vivere Piazza
Umberto I°: nutrirsi di una linfa chiamata bellezza, gioventù, idee,
cultura. Aveva creduto che il privilegio di una centralità territoriale
gli avrebbe assicurato rispetto e onori indiscutibili. Giace inerme
Piazza Umberto I°, capro espiatorio della solitudine di un’intera
cittadina.
Una taciuta quanto palpabile decadenza che riporta direttamente ai primi
del ‘900, quando il mondo intellettuale dall’acuto senso individualista,
rincorreva effimere illuminazioni, un’idea del nuovo assoluto, utili
solamente ad occultare una realtà troppo dissonante. Continuano a
susseguirsi, simili a depliant-paraventi, protesi di cemento o trampoli,
interventi di facciata o iniziative ad-personam, frutto di un fare
dilettantistico che opera per tentativi. E’ incredibile Arce.
Osservo da lontano il centro abitato e i suoi contorni sfrangiati: se
non conoscessi questo paese riuscirei a concentrare in esso tutti i
requisiti auspicabili a una cittadina accogliente, indice di una buona
qualità della vita. Invece, in maniera lampante capisco che questa
impressione mi è data dalla parte più alta del paese: una specie di
“spirale” che connota la secolare evoluzione del caseggiato, avente come
limite Piazza Umberto I°. Oltre questo limite (mi darebbe ragione
Leopardi), il territorio sottostante appare dominato da un’entità
irrazionale. Una forza che all’occorrenza sembra capace di azzerare ogni
“simbolo” e identità territoriale; in merito, ricordo che sfogliando un
libro di Vittorio Sgarbi, un paragrafo dedicato agli scempi
paesaggistici del centro Italia, fra i vari esempi propone Arce.
Nonostante questo stato di stagnazione, il senso di normalità e di
mediocrità che si respira è incredibile. Sconfortante è il regresso
morale che trasuda dai rotocalchi; sembra vogliano urlare le testate
giornalistiche: il nero dei loro caratteri si fa più minaccioso quando
più forte è la pretesa di voler svelare qualcosa di fin’ora sconosciuto.
Ma poi desistono quei caratteri cubitali, stupiti dinanzi al ghigno di
una comunità ampiamente consapevole e in parte complice e innocente;
così come difronte al ricatto, colui che è armato di libertà, “getta la
spugna” in un silenzioso gesto di sottomissione. Sottomissione a chi?
A chi…a un modo di fare, a una pratica che non esclude colpi bassi,
pronta a dividere in due una collettività. Da una parte i forti, con in
mano il potere di percorrere tutte le vie e dall’altra i deboli a cui è
concesso di percorrere le vie ritenute senza uscita.
Ecco che mi torna alla memoria la metafora negativa della “linea della
palma”, usata da Leonardo Sciascia negli anni ’60 per indicare la
progressiva espansione del costume del malaffare, del fare mafioso oltre
il suolo siciliano, in quanto il clima propizio alla vegetazione della
palma “Phoenix”, andava di anno in anno gradualmente risalendo la
penisola.
E’ incredibile il microsistema-Arce, fatto di rinunce, di abbandoni, di
occasioni mancate, pronta a consolarsi sugli esempi peggiori che la
circondano: sembra essere ancora l’Arce che allora perse il treno del
“settore primario” e che tuttora viene deviata da forze interne verso
binari lontani dal “terziario”.
Purtroppo è da diverso tempo che treni simili continuano a portare
decine di persone, giovani risorse intellettuali, lontano da questo
paese. Ormai per i giovani è una scelta obbligata: quasi scontata, come
altrettanto scontata è la scelta di allontanarsi per due ore di svago.
Temo che quanto prima, questa diaspora si abbatterà come una scure sugli
esili equilibri di questo paese. Non amano questo luogo i giovani, non
si riconoscono in esso e pertanto non ne rivendicherebbero
un’appartenenza; rimasti ai margini, poiché mai coinvolti nei processi
di “costruzione” di questa comunità. Chi a mai chiesto loro come
intendono costruire il proprio futuro? E se mai quest’ultimo potrebbe
sorgere ad Arce?
Divenuti merce nelle zone d’Italia in cui il disagio sociale è più
acuto, tanti giovani sono pronti a ogni cosa pur di essere in corsa,
attratti da continue promesse e dal feticistico gioco che la macchina
mediatica proietta sui loro volti.
La scelta di restare ad Arce, ha spesso e in ogni senso, un prezzo molto
alto in termini di dignità, di onestà, di libertà per non essere la
pedina di qualcuno verso cui prima o poi bisognerà rispondere
, da bravo cliente.
Nel giardino di casa mia cresce una palma: è una Phoenix canariensis
adulta.
Allo stesso modo vorrei riscontrare la felice presenza di quanti pongono
continuamente il problema del “bene comune”, dinanzi a probabili e
dannosi profitti personali. Con gioia immensa avverto la presenza di
arcesi che lavorano tenacemente, pronti a fare un passo indietro nel
rispetto di una dignità cittadina e di un’identità territoriale. Pronti
a riconoscere i propri errori e i propri limiti se questi dovessero
mettere a rischio il bene di tutti.
Questo scritto lo rivolgo soprattutto a loro, all’impegno personale che
dedicano per risollevare le sorti di questo paese. Forse sono proprio
loro i “deboli” di cui ho parlato, i consapevoli delle proprie
conoscenze e delle proprie lacune. Persone dall’alto senso morale che
nella vita lottano con armi “deboli”, rifiutando i successi ottenuti con
la menzogna, con il ricatto e lo sfruttamento delle difficoltà altrui.
Vorrei che si incontrassero queste persone, come vorrei che si
incontrassero tutti quei professionisti, quelle persone dalla profonda
conoscenza culturale che potrebbero dare un contributo determinante per
il futuro di Arce. Sò che ci sono, sò che purtroppo il loro sapere fatto
di continui studi e confronti, finora non ha mai avuto spazio. Arce ha
bisogno del contributo di queste specifiche competenze per rialzarsi.
Penso che ci sia poco tempo da perdere se vogliamo colmare la distanza
che ci divide dalle realtà-modello che rappresentano il nostro
territorio. Arce deve costruire una propria “offerta” su più settori
possibili, deve porsi come terreno di vere opportunità tutt’ora assenti.
Questo risultato è raggiungibile solamente con un confronto di idee,
(idee forti e plurilaterali, dalla validità quasi “documentabile”!), di
prospettive.
Potrebbe sembrare un paradosso ma credo che ci sia bisogno proprio di
una sorta di “assemblea permanente”, un luogo in cui con il concorso di
tutti si costruisce il “progetto Arce”, in cui chiunque reputi utili le
proprie conoscenze, accetti di confrontarle con le opinioni altrui. Non
sarebbe solamente un processo democratico, ma in quanto partecipi,
ognuno si renderebbe responsabile dei risultati che si avranno,
sentendosi finalmente cittadino di un luogo che un po’ gli appartiene.
Arce, febbraio 2005 Marco D’Emilia
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